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Nihil est magnum somnianti
La rosa delle scelte
post pubblicato in Diario, il 2 luglio 2008


 Guardate, di Berlusconi io veramente non voglio parlare più. Perché fondamentalmente è lui la causa di questo prolungato silenzio.
Perché ogni volta che decido di scrivere un post su qualche minchiata che dice non mi basta mai il tempo: dopo mezz'ora ne ha detta una più grossa che mi fa incazzare ancora di più.
Allora decido di scrivere un post sulla seconda cazzata, ma dopo mezz'ora ne esce con una terza, e così via.
Non riesco a stargli dietro. Per davvero.
Quindi almeno per ora, e almeno pubblicamente, decido di gettare la spugna e di incazzarmi nel privato, e mi associo a "L'Amaca" di Michele Serra di qualche giorno fa, in cui si chiedeva se, per cortesia, non si potesse fare direttamente una legge che parasse il culo esclusivamente a Silvio Berlusconi, in modo che questo omucolo la smettesse di scassarci le palle.
Diceva proprio così Michele Serra, "scassarci le palle".
Si vede che non ne può più nemmeno lui.
A questo proposito, vorrei farvi vedere questo, in modo da ricordarci/vi/si/li che noi siamo una generazione di coglioni, me compresa ovviamente, e che mi vergogno di essere italiana ogni giorno di più, e probabilmente la prossima volta che andrò all'estero parlerò arabo o rumeno: correrò certamente meno rischi di essere guardata con disprezzo e sospetto.
Invece, vorrei parlarvi di altro.
Vorrei parlarvi del concetto di "nucleo familiare", riguardo a cui tutti ci scassano le palle (come insegna Michelino), perché in questo periodo ci sto pensando molto a causa di vari eventi, e sono giunta alla conclusione che, come dice l'Isa, anche riguardo a questo rientro nella categoria "altro", quel 4% che nelle statistiche viene considerato talmente ininfluente da non riuscire ad assegnargli nemmeno un colore nelle legende.
Che tristezza che mi fo.
Ora, non arrivando agli estremi di "Parenti serpenti", credo che in linea di massima il nucleo familiare non faccia parte del mio D.N.A.
Voglio dire, il concetto di fidanzarsi, sposarsi, mettere su casa e fare un figlio -mi raccomando, necessariamente in quest'ordine- voglio dire, non che non mi piaccia, ma non ne sento l'impellenza.
No, non è nemmeno questo; la mia domanda fondamentale è: soprattutto riguardo al concetto di abitazione, davvero non esistono alternative?
Quante volte ci siamo lamentati del fatto che una volta fidanzata la gente -se si ha la fortuna di vederla ancora- non è più la stessa?
E quante volte ci siamo lamentati del fatto che le persone accoppiate scompaiano dalla circolazione?
E quante volte ci siamo lamentati di non arrivare a fine mese, se in coppia, perché le spese sostenute sono troppe?
E quante volte ci siamo lamentati del fatto che i nostri figli non si sa chi debba andare a riprenderli a nuoto?
E quante volte nelle sere d'inverno ci scassiamo le palle e avremmo voglia di stare un po' con qualcuno che non necessariamente sia il nostro fidanzato?
E quante volte...eccetera.
Insomma, il succo l'avete capito.
Allora ho cominciato a pensare che, voglio dire, esistono alternative possibili, che come sempre però comprendono la compartecipazione di altri, e quindi ecco, risultano fattibili solo se si incontra chi la pensa come te.
Ad esempio, esattamente, perché non è pensabile, in Italia, soprattutto una volta che si è avuto un figlio (ma anche prima) vivere in più di due?
Due coppie amiche con un figlio a testa, esattamente, perché non possono vivere insieme?
Dividerebbero l'affitto, le bollette, il cibo, le serate, le responsabilità, i turni per riprendere i figli a scuola.
La vita sarebbe più semplice, più divertente, variegata, economica.
In forma allargata è stato inventato questo, che si chiama Cohousing: una forma di vivere sostenibile che comprende l'altro come parte integrante della propria vita, allontanandosi dal concetto totalizzante di coppia come siamo abituati a viverlo in Italia (ma non solo qui), entro cui sembra che non possa entrare nessuno se non dopo opportune e ripetute richieste d'ingresso.
Nemmeno a dirlo, il co-housing è nato in Danimarca circa trent'anni fa, ma da quello che ho capito mi sembra che il maggior successo lo abbia riscosso nel nord-europa e negli Stati Uniti.
Mi chiedo -non provocatoriamente, ma seriamente- quale sia la molla che ci porta a considerare la famiglia qualcosa di nostro -quale è- al punto però di escludere la possibilità che qualcun altro ne faccia parte, fermi restando i capisaldi dell'autorità genitoriale e della diretta responsabilità nei confronti dei propri figli.
Qual'è, esattamente? Qual'è la "forma di intimità" che non sia già garantita dall'avere una propria stanza?
Chi mi conosce sa che non sono una squatter. Ma l'idea di una comune -una comune vera intendo, ognuno con delle proprie responsabilità, dei compiti da portare avanti, non una comune intesa come varie persone che si fanno di tutte le droghe possibili in un ospedale occupato- mi sembra un'idea bellissima, e non particolarmente velleitaria.
Invece sembra fattibile più o meno come un mondo socialista, cioè zero.
Un po' mi dispiace.
Nonostante tutto mi piacerebbe che provassimo a pensare anche ad altre strade, per darci la possibilità di stupirci e di accogliere sorprese.
Forse ciò che ci hanno insegnato è solo una possibilità, e mi chiedo se a volte non la seguiamo per paura, piuttosto che per convinzione.



permalink | inviato da ilpostodellefragole il 2/7/2008 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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